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CRONACA/ Gli untori di Cocquio

Varese, 30 dicembre 2020 - Si chiamavano Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora: sottoposti a tortura si autoaccusarono di essere untori e perciò vennero condannati. La loro storia è stata raccontata da Alessandro Manzoni che ha così denunciato i vizi del popolo e della giustizia nel 1630. Il primo, sempre pronto a trovare capri espiatori. La seconda, che non va a fondo nella ricerca della verità e si accontenta di colpevolizzare dei poveracci. Sono dinamiche sociali che conservano la loro attualità. Non solo perché anche oggi c'è un'epidemia, ma soprattutto perché la struttura umana risponde a leggi naturali che resistono nel tempo. Nel fatto accaduto nei giorni scorsi a Cocquio Trevisago registriamo qualche variante interessante. Gli untori sono autentici: non ne conosciamo il nome ma sappiamo che sono quattro. Nonostante una certificazione dell'autorità sanitaria, da contagiati scorrazzavano bellamente fuori casa e persino al supermercato, salvo essere individuati dalla polizia locale e accusati di inosservanza di provvedimento dell'autorità e del reato di epidemia colposa. Rispetto al 1630 si procede dunque non sulla base di delazioni, mentre i reati vengono segnalati alla giustizia che interverrà coi suoi tempi, di solito troppo lenti (l'accusa c'è ma la sentenza...). Sul piano del rispetto dei diritti dell'individuo, il progresso è evidente. Per quanto riguarda la giustizia, il suo intervento (rapido ma errato nel '600, lento e quindi impalpabile oggi) continua a suggerirne una modifica del nome. Non è giustizia, ma giustizia imperfetta e quindi ingiustizia.