Il luogo dei fatti e dei commenti

GULLIVER/ Il Natale speciale di don Michele

L'avevamo lasciato a metà agosto, silente e malato e senza la sua creatura. Don Michele Barban non era più il presidente del Gulliver: la notizia, ancorché imprevista ai più, era una di quelle che ti danno il senso del tempo che passa. Dopo 35 anni l'uomo, il prete, che tutti identificavano con la sua opera, non doveva più occuparsi di tossicodipendenti. Un addio spiegato con l'età e i problemi di salute, ma anche una svolta con qualche strascico irrisolto, qualche incomprensione. Come ha dimostrato una lettera in cui don Michele "stracciava" le sue dimissioni, uno scritto però non preso in considerazione se non da qualche sito e che non ha impedito l'insediamento del nuovo organigramma, che traghettera' il Gulliver fino al maggio prossimo quando scadrà il Cda. A distanza di qualche mese, alla vigilia di un Natale speciale, insolito per tutti ma in modo particolare per lui e per le comunità di recupero nate nel varesotto, don Michele parla. Lo fa a fatica, prendendo fiato di tanto in tanto. Ma i concetti sono chiari, come da sempre da parte sua. Ha 78 anni e qualche acciacco, ma la voglia di fare e di rendersi utile è quella dei bei tempi. Da umile servitore della Chiesa che ha fatto le sue scelte fondamentali sempre in sintonia col suo vescovo. "Il sabato e la domenica mi occupavo della parrocchia -ricorda- a durante la settimana andavo a Roma alla scuola di don Picchi. Era il 1985 e a Varese si voleva aprire una comunità di recupero per tossicodipendenti. Tra le varie esperienze in atto scegliemmo il Progetto Uomo di don Mario". In poco tempo entusiasmo, impegno e capacità portarono a un'escalation sorprendente: nel 1986 i locali con i primi sei ospiti a Biumo e poi nel 1987 le strutture e il terreno di Bregazzana e infine nel 1994 la sede di via Albani. Oggi il Gulliver ha nove comunità terapeutiche che si occupano di tossicodipendenze e di psichiatria, ha circa 150 tra dipendenti e collaboratori e 200 assistiti. Continua a essere una corazzata della solidarietà ma... "Ma non vorrei che con la nuova leadership -dice don Michele- l'aspetto gestionale e amministrativo prevalga su quello della mission, cioè il compito educativo e di recupero che il Gulliver deve avere e che richiede enorme attenzione e una dedizione totale". Quella di don Michele è la preoccupazione del padre di famiglia che ha accudito suo figlio fino a vederlo adulto ma ora è costretto a stargli lontano. "Oh si sbagliava anche trent'anni fa -ricorda- perché pur a ragion veduta si rischiava. Ma nel contempo accumulavamo esperienze forti e importanti che ci hanno permesso di restituire alla vita tantissime persone e di porci nella società come un'ancora di salvezza autorevole. Per affrontare il mondo dei tossicodipendenti servono persone audaci e preparate, capaci di osare. Deve essere così anche adesso, le dipendenze ci sono sempre e perciò il bisogno va intercettato. Guai ad ammettere una diminuzione del numero degli assistiti. Non c'è Covid che tenga che possa giustificare un rallentamento dell'impegno". Dentro di lui arde ancora il fuoco dell'azione e si capisce che don Barban immaginava per sé un percorso diverso, magari abbandonando la parte amministrativa del Centro ma mantenendo un ruolo attivo per quanto riguarda il compito educativo. Cosi il pensiero, irrimediabilmente, torna sul Gulliver. Senza dimenticare, naturalmente, la parrocchia, dove, dice, "i parrocchiani ascoltano con pazienza le mie prediche". "Fino a quando una persona non confronta sé stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa...qui, insieme, una persona può, alla fine, manifestarsi chiaramente se stessa...come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire". E' la filosofia del Progetto Uomo, scritta quarant'anni fa, il testo scolpito nel cuore di don Michele e di chi, come lui, crede che dall'abisso si possa uscire. Redenti.